Matilde di Canossa giunge portando con sé la sua rocca. L’abito-rocca, piuttosto rigido per essere un abito, limitato per essere una rocca, pare comunque inespugnabile e di Matilde lascia libere solo la testa e le braccia.
MATILDE Oh, inexpugnabile pietronas cacuminata, nomata Canossa, intra tibi praedico mi que sun Matilda. (sguardo al pubblico) Matilda qui?! Secundo ti? Matilda de Canossa, sancti Numi! Magna Comitissa, me nominan multi, que stabat pro Gran Contessa in vostrum vulgarissimo verbo. Matilde di Canossa, la Gran Contessa, in altra parolas, cum illa famosa pietra dicta Rocca di Canossa. Massa piccola, dicte vobis? Piccola sed ludicolona, dicunt. Eia ergo, advocati omni, illos vostros misericordes oculos ad qui converte solum per iudicare ille dimensiones! Esta es una reproductione, illa Rocca di Canossa est magnissima et inexpugnabilissima, que neanca niuno homo in armis potebat intrare sine extrarre longhissimo et solidissimo gladio… et anca sic erat en tantìn fatiga expugnarme. Com’est come non est, me praesento hic et nunc, perquod mea terra feudale arribat adusque Benacus Lacus. (sguardo al pubblico che probabilmente non ha capito) Sono la vostra contessa, Matilde di Canossa, figlia di Bonifacio di Canossa detto il Tiranno, pronipote di Ottone I di Sassonia, il sassone che sposò Adelaide di Borgogna e fu con lei Re degli Italici. Il mio feudo, ducato, marca o contea comprende ciò che oggi chiamate Lombardia, parte del Veneto, Emilia Romagna e Toscana. Conto più parenti e sostenitori nel clero pontificio della Mona Lisa del Codice Da Vinci e in quanto Dei gratiae invictissima sono a un passo dalla santità… Ma già la mia ava, madre del trisavolo Ottone I fu santa Matilde e predicò la regola L’inizio della santità sta nel desiderarla, nel domandarla a Dio, e nello sforzarsi per averla… Purtroppo la fine della regola non fu scritta e mi fermo ancora lì a riflettere sull’inizio della pratica di santità… Finisce poi che mentre rifletto c’è da fuggire da un marito gobbo, seppellirlo secondo necessità, portare avanti una guerra, sopprimere una ribellione, umiliare qualche Enrico IV nella neve… E c’è la questione della virgo intacta, che io tento di barattare con la rocca intacta, che – al contrario della mia virgo – non si è mai aperta all’invasore. Insomma, pare che se non sei martirizzata o almeno virgo intacta… Niente, nonostante le mie conoscenze non riuscirò a diventare santa. (cambio d’umore, nel mandare tutti a quel paese) Qui sibi frecat?! Mihi frecat nulla et mea fama de Magna Comitissa mihi permaneat in saecula saeculorum. Tiè!
NOVITÀ DAL TEATRO AMATORIALE VERONESE: la stagione estiva della compagnia gardesana La Rumarola
SE CI SEI BATTI UN COLPO! …E LA RUMAROLA: “TOC TOC”
Dopo in periodo di forzoso e forzato riposo La Rumarola torna a farsi sentire proponendo nel bel cortile del Chiostro della Pieve di Garda la consueta rassegna estiva.
Quattro le commedie in cartellone che rallegrano altrettanti mercoledì estivi.
La rassegna è iniziata lo scorso 19 luglio con “Romeo e Giulietta. Una storia di banditi” presentata dalla Compagnia Teatrale L’Archibugio di Lonigo. Il testo di Shakespeare sulla tragica vicenda dei due giovani amanti di Verona dà lo spunto a Giovanni Florio per raccontare in chiave umoristica vecchie storie di amori, crimini e giustizia tratti dagli archivi della Serenissima di Venezia… in stile western!
Segue, il 26 luglio, “Cantiere a luci rosse” degli Amici del Teatro dell’Attorchio di Cavaion Veronese, proposta da Igino Dalle Vedove e Ermanno Regattieri. Due atti brillanti in dialetto veronese in cui sono presenti i temi cari al teatro amatoriale leggero basati sull’equivoco, la tresca e il doppio senso.
Il 2 agosto la Compagnia il Nodo Teatro di Desenzano propone “A scatola chiusa” di Georges Feydeau con la regia di Furnari e Malesci. Una farsa basata su un intreccio di equivoci assurdi ed esilaranti ambientata nella Parigi della Belle Époque e della ricca borghesia spesso ignorante, per la quale anche l’arte è commercio ed esibizione di potere.
Il 9 agosto ultimo appuntamento estivo con “Gl’ innamorati ” di Carlo Goldoni presentata dalla Compagnia Il Sipario Onirico per la regia di Fabio Tosato. Una commedia brillante in due atti in cui i personaggi danno vita a una serie di intrecci e situazioni divertenti sullo sfondo della storia d’amore di Eugenia e Fulgenzio.
Quattro appuntamenti assolutamente da non perdere per questa estate ‘23 calda e piena di speranze.
Questo per quanto riguarda la stagione estiva che non ci vede diretti interpreti ma che viene proposta per mantenere fede a una consuetudine che risale agli anni ’80, precisamente al 1985, quando nacque La Rumarola per merito della mitica Maria Antonietta Vianini, la Maestra con la M maiuscola!
Di lei si è detto di tutto, ma non tutto…
Solo chi ha conosciuto e frequentato personalmente questa grande comunicatrice e donna di spettacolo può testimoniare della sua competenza e creatività, dedizione e generosità, rispetto ed empatia, passione ed entusiasmo, leadership e condivisione e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ora la Maestra ha raggiunto quell’età in cui non sempre si riescono a seguire tutti i progetti che la creatività suggerisce e nel ruolo di presidente della Rumarola è subentrata dallo scorso dicembre Margherita Monga, già regista della Compagnia dal 2017.
Ma conosciamo meglio questa autrice e regista alla quale la Maestra ha passato il testimone e ha affidato la sua “creatura”.
Diplomata in drammaturgia alla Scuola d’Arte Drammatica di Paolo Grassi, laureata in Lettere Moderne e in Linguistica Italiana, Margherita è professoressa di lettere e autrice. Da anni fa dell’italiano un lavoro creativo e scrive testi per il teatro, eventi e laboratori per bambini e adulti. Tra i riconoscimenti da lei ottenuti, si conta l’importante menzione del premio di drammaturgia Hystrio (Teatro dell’Elfo, Milano, 2014), ottenuta grazie al testo “Hugo – burla veronese”, attualmente oggetto di traduzione nell’ambito del concorso Art Omi di New York.
LA SECONDA INTERVISTA IMPOSSIBILE A MARGHERITA HACK, l’astrofisica che scoprì le stelle cefeidi, stelle che pulsano e indicano le distanze.
Personaggi: Giornalista, Margherita Hack.
Luogo: un punto nello spazio.
Giornalista Signora…
Hack Ancora, ‘sta bischerata!
Giornalista Avrei ancora una domanda…
Hack Mi dica come mi ha trovato stavolta!
Giornalista È stato piuttosto facile, mi sono concentrata.
Hack Chi crede di buggerare, signorina? La concentrazione non c’entra un accidente.
Giornalista Mi scusi, forse mi ha fraintesa. Non intendo quel tipo di concentrazione che viene da non avere distrazioni…
Hack Lei ha una fissa!
Giornalista …Intendo che ho aumentato la concentrazione di me stessa rispetto all’ambiente circostante.
Hack E non mi dica che le è riuscito!
Giornalista Come no? L’ho trovata!
Hack Se ho capito bene, avrebbe dovuto aumentare la sua massa in uno spazio piuttosto piccolo, quando invece continua a incontrarmi nella multidimensione della stringa che mi sono scelta dopo la mia dipartita dal mondo. Signorina, non sono una grulla, deve aver combinato qualcosa di fantasioso e di poco scientifico.
Giornalista Potrei supporre di farla arrabbiare se le dicessi che ho seguito i passi di un racconto…
Hack Una relazione scientifica di qualcuno che conosco?
Giornalista Un racconto, signora Hack.
Hack Un racconto e basta, fine a se stesso?
Giornalista Un racconto analogico.
Hack Ma cosa sta blaterando? Le analogie sono un gran casino e dipende da chi è l’autore…
Scambio di sguardi.
Hack Non mi dica… Sempre quel bischero di un Italo?
Giornalista Calvino, sì…
Hack Perché diavolaccio salta sempre fuori…
Giornalista Per via di quel racconto, “tutto in un punto”.
Hack Sentiamo.
Giornalista Vuole sapere la trama?
Hack Ce l’ha, almeno, la trama?
Giornalista Sì, più o meno.
Hack Il solito scrittore pressappochista.
Giornalista Per farla breve racconta di una dimensione in cui tutto è concentrato in un punto e c’è una donna che prepara da mangiare per tutti e tutti sono innamorati di lei e la incontrano continuamente, capirà, tutti stretti in un punto… Insomma, si finisce di capire che sono anche uno dentro l’altro, ma allo stesso tempo riescono a distinguersi…
Hack Va bene, bell’analogia, ma arrivi al punto!
Giornalista Il punto è che così è nato l’universo, è un’analogia, appunto, che si riferisce al Big-Bang.
Hack Quindi secondo il suo Calvino questo aumento di massa concentrata da cui poi scaturì la nascita di tutto ciò che conosciamo e non, sarebbe avvenuto come la preparazione del pranzo di una massaia di cui tutti sono innamorati?
Giornalista Sì, ma lei interpreta troppo le metafore… Si lasci suggestionare.
Hack Vorrei sapere, bella mia, che c’entra la massaia con il fatto che m’ha trovata!
Giornalista Ho semplicemente pensato che, se l’universo è nato da un punto e io sono parte dell’universo, potrei provare a occupare con il mio essere tutto lo spazio possibile. Così riuscirei – e ci riesco! – a incontrarla ogni volta che voglio! Nel senso che, se non la incontrassi, significherebbe che lei sta in chissà quale altro mondo, ma all’Aldilà non ci crede, quindi…
Hack Quindi m’ha trovata! Ma io mi chiedo… Perché non cerca Calvino in questo marasma di massa concentrata nei punti che dice lei? E perché non gli chiede come caspita si fa a inventare simili castronerie galattiche?
Giornalista Perché non mi interessa, in parte l’ho capito… Funziona per analogie…
Hack Quello s’è fatto prendere la testa dalle analogie, glielo dico io… Ha creato addirittura i suoi adepti analogici! Lei è una fan di questo sistema di cose e non si rende conto del divario tra la mia posizione scientifica e la vostra strana cultura umanistica!
Giornalista Magari ha ragione, signora Hack ma io volevo domandarle…
Hack E la faccia questa domanda, perdinci!
Giornalista Ha mai pensato che, se avesse fantasticato un po’ di più, se avesse trasformato la luna in formaggio o la traiettoria di un pianeta in un’acchiapparella, avrebbe amato di più il suo mondo e i suoi simili?
Hack Ma io ho amato moltissimo il mio mondo, così intensamente che lei è riuscita a trovarmi ancora qui, in un luogo dell’universo, anziché in un’invenzione della religione o della letteratura. Quanto ai miei simili, ho amato chi, come me, non mandava in confusione gli ascoltatori con bislacche teorie o discutibili racconti. Adesso le faccio io una domanda: perché continua ad ascoltarmi, quando non esisto più?
Giornalista È merito di Calvino, che è riuscito a raccontare di lei, pur nella sua diversità poetica. Signora Hack, lei così è diventata immortale!
Hack Quel bischero, mi ha addirittura divinizzato! Allora sa cosa c’è?
Giornalista Dica!
Hack rimane muta, perde i tratti umani, inizia a pulsare e cambiare ritmicamente la sua dimensione.
Giornalista Arrivederci, signora Hack! Anche così, come una delle stelle cefeidi che lei ha scoperto, farà sempre parte del mondo di noi sognatori che guardando il cielo siamo a caccia di analogie… E cos’è un’analogia se non una risposta muta? Continui a pulsare, signora Hack, stella cefeide… Lo prendiamo come un saluto.
Quivi pochi giganti, che dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi posti sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo.
Giambattista Vico, “La Scienza Nuova”
Noi vagabondiandavamo in cerca di ciò che lorosi erano lasciati alle spalle, come i bambiniraccolgono le conchiglie colorate sulle spiagge deserte.
Austen Henry Layard, l’archeologo che scoprì Ninive
Assurbanipal fu un re assiro di tremila anni fa, il cui nome significa “il dio Assur ha un erede”, quindi discendente di un dio. Divinità a parte, di lui si ricordano le doti di condottiero e i saccheggi di ricchissime città egiziane così come della città persiana di Susa; si ricorda poi l’immensa biblioteca che fece costruire a Ninive. Spesso, quando si parla di conquiste, si sottovalutano la cultura e le storie da essa prodotte, che diventano lo specchio di civiltà assorbite in un tessuto sociale nuovo. Assurbanipal fu un vero e proprio cultore di storie antiche, un collezionista di poesie, inni, testi religiosi e non si fermò al collezionismo perché, da conquistatore, quelle storie voleva farle sue, del suo popolo – degli Assiri forti, guerrieri, indomiti. Come? Con la traduzione nella lingua che era allora quella dell’impero: l’accadico contemporaneo, una lingua semitica scritta con caratteri cuneiformi, simili a quelli che avevano inventato i Sumeri. Chi ha inventato la scrittura? Si dice siano stati i Sumeri, ma le loro storie sono state tradotte dai popoli che poi si sono stratificati in Mesopotamia e la storia di un importante re è stata trovata, riscoperta e tradotta proprio per volere di Assurbanipal: si trattava della storia di Gilgamesh. Gilgamesh compare come primo re dopo una dinastia composta solo da dei, in una lista di re di quattromila anni fa. Secondo questa lista, regnò per 126 anni, eppure all’epoca di Assurbanipal, la sua storia era quasi stata dimenticata e solo una vicenda di conquiste e di ricerca di prestigio aveva portato al suo ritrovamento. Tra i Sumeri e gli Assiri, anche Hammurabi – il legislatore del codice – aveva fatto scrivere una versione babilonese, ma la città di Babilonia (l’antica Babele) era stata più volte distrutta e saccheggiata; così al tempo di Assurbanipal è probabile che la storia babilonese di Gilgamesh si fosse un po’ persa tra le varie versioni scritte, gli incendi e le ruberie. Di Gilgamesh, perciò si sa che è stato un re, il primo re mortale di grandissime civiltà del Medioriente, che visse un tempo lunghissimo e che la sua storia emerge e riemerge tra perdite e ritrovamenti. Sarà che a Gilgamesh non piaceva stare troppo tra i mortali e tentava sempre la fuga nel mondo degli dei, lontano migliaia di leghe dalla terra degli uomini; sarà che a un certo punto Gilgamesh si mise in competizione con altre mitologie, che un po’ somigliava alle storie greche e a quelle degli Ebrei… Sarà andata così, ma Gilgamesh fu trovato ancora una volta, suo malgrado, dopo altri due millenni, grazie ad alcuni archeologi del moderno Ottocento. Fu Mr Layard, in fissa con le tell arabe – colline di terra nel deserto – che scavando, cocciuto, trovò Ninive e con essa la biblioteca; poi fu Mr George Smith, assiriologo, che appena ventisettenne trovò e tradusse le antiche iscrizioni di Gilgamesh – non aveva ancora terminato di portare alla luce tutta la storia dell’antico re semidivino che, malato e rimasto senza denaro, morì a soli 35 anni, nel 1876. Da allora, dunque, si cerca di dare corpo alla storia di questo personaggio alla ricerca del senso della vita, amareggiato dalla mortalità degli uomini, dipendente dall’adrenalina delle sensazioni forti e con il passo pronto a percorrere ventimila leghe nell’oscurità per scomparire una volta per tutte. È passato un secolo e mezzo dall’ultimo tentativo di tenerlo con noi e potremmo già averlo annoiato a morte.
Intervista impossibile a Gilgamesh
Archeologi Dovremmo averlo trovato.
Gilgamesh Oh, santa pace!
Archeologi Non si nasconda!
Gilgamesh Ci riuscissi… A questo punto non so davvero di che morte morire per fuggire da voi.
Archeologi Ma è scomparso per un sacco di tempo, non le mancava la luce del mondo degli uomini?
Gilgamesh Assolutamente no. Un tempo forse mi avrebbe fatto un altro effetto, ma ora preferisco le tenebre, ero intento a percorrere un milione di leghe al buio, proprio per trovare chissà che. Ero intento a percorrere un milione di leghe al buio, per chissà che. Stavo percorrendo tutte quelle leghe al buio e la mia meta chi la sa che. Sapete? Ho fatto un sogno in cui percorrevo mille milioni di miglialeghe al buio e la mia meta chissà se la sapete voi e che.
Archeologi Gilgamesh, è in sé?
Gilgamesh Sono in me, in te, in noi. Sono ovunque e busso alla camera della sposa la prima notte di nozze per godere della sua, della mia, della vostra passione. Mi insinuo in tutti voi e sono in me, ora, sempre, nell’eternità e muoio.
Archeologi Abbiamo dunque trovato Gilgamesh?
Gilgamesh Ma certo, santi numi di Uruk, sono io quello che cercate, sono Gilgamesh, non siate ripetitivi anche voi.
Archeologi Ci scusi, a volte è difficile capire.
Gilgamesh Ah, lo dite a me? Che sono stato creato sumero, ma parlo accadico e ho trascritto il testo della mia storia su comode lastre di pietra imperitura? Lo dite a me, che dopo tutta questa fatica, il meglio che siete riusciti a fare è stato decifrarmi in un centinaio di pagine scritte in prosa, confondendo le mie gesta con quelle degli Ebrei? È tutta colpa del diluvio.
Archeologi Ci spieghi, Gilgamesh, perché a dirla tutta il diluvio per noi rimane un mistero. È avvenuto, quindi? È stato così universale? E chi si è salvato? Lei accredita più la versione di Noè, di Deucalione e Pirra, del regno di Ragnarok, dei miti malesiani, neozelandesi o di Utnapistim?
Gilgamesh Cosa me ne frega?
Archeologi Noi pensavamo che lei potesse fare luce su questa cosa…
Gilgamesh Sentite, del diluvio non mi importa, non è la mia storia. Mi sono infilato in una corsa insensata per cercare il sopravvissuto al diluvio reso immortale, Utnapistim, e a dirla tutta mi è stato decisamente antipatico quando mi ha detto che io non sarei mai stato immortale, però “to’ tieni questo fiore per l’eterna giovinezza, che tanto ti verrà mangiato dal serpente e non ti rimarrà che tornare sulla terra a fare l’amore con le tue prostitute”.
Archeologi Suvvia, non è andata proprio così.
Gilgamesh Ah, no? Forse ho reso la risposta del vecchio Utna il Lontano un po’ più secca della versione originale, ma per farla breve la questione si è risolta così, con il mio rientro tra i mortali. Poi epopea mezzo scomparsa, qualche brano ricostruito e la fine della storia con “la morte di Gilgamesh”. Ho un tale nervoso e che abbatterei cedri secolari a più non posso solo per istigare l’ira degli dei, di Humbaba e di tutta la sua stirpe. Sappiate che quando la mia ira si fa grande abbatto tutti i cedri che trovo nel bosco alla faccia di Humbaba. Un giorno Enkidu mi ha detto di stare attento ai cedri di Humbaba, ma a me saliva il desiderio di abbatterli, perché sono forte e posso dimostrare la mia virilità solo buttando giù tutti i cedri che incontro e Humbaba, alla faccia sua, degli dei e della sua stirpe, si arrabbia e mi sfida e io monto in bestia e continuo ad abbattere i cedri.
Archeologi Le sue risposte risentono di qualche millennio di stratificazioni di storie, ci pare.
Gilgamesh Qui vi sbagliate, la storia è sempre la stessa ed è l’unica cosa immortale che troverete e nonostante tutto mancano dei pezzi, quindi bisogna arrabattarsi con quello che si ha. Ma ditemi, mi avete rispolverato solo per chiedermi di raccontare di nuovo la mia storia? Poi sarei io il ripetitivo!
Archeologi No, le cose stanno diversamente.
Gilgamesh Allora parlate, sia vero che mi chiamo Gilgamesh, che sono figlio di Ninsun, quinto re di Uruk dopo il diluvio, primo re mortale dopo i divini, vivo per centoventisei anni in terra, per millenni nelle vostre storie, nei vostri miti, nei vostri sogni, nelle vostre lingue semitiche e tradotto in quelle indoeuropee, mannaggia a voi!
Archeologi Siamo qui per capire com’è nata la virilità. Per farla breve, stiamo seguendo la storia di un nascituro e della madre che sta preparando le cose per la sua venuta al mondo. Ormai si sta formando il suo sesso e il nascituro si sta facendo maschio, quindi volevamo interrogarla sulla faccenda, visto che da archeologi abbiamo individuato in lei il primo mito mascolino raccontato all’umanità.
Gilgamesh Ah.
Archeologi Ah?
Gilgamesh Cosa volete che vi dica? Non capisco la vostra necessità.
Archeologi Volevamo capire qualcosa di più, insomma lei viene descritto come un toro selvaggio, un uomo dal corpo perfetto, la cui lussuria non lascia nessuna vergine all’amante, né la figlia del guerriero…
Gilgamesh …Né la moglie del nobile, lo so lo so. Cosa c’è da aggiungere?
Archeologi Vorremmo un suo commento.
Gilgamesh Sapete com’è andata, non era ancora arrivato Enkidu nella mia vita.
Archeologi Quindi, non doveva condividere con nessun altro le ragazze e – si perdoni la cafoneria – era l’unico “gallo nel pollaio”?
Gilgamesh No, semplicemente non avevo ancora conosciuto Enkidu. Sapete come avvenne?
Archeologi Enkidu era ciò che a lei mancava, un essere creato per contrapposizione.
Gilgamesh Affatto.
Archeologi Lei dice? Eppure così dicono gli interpreti…
Gilgamesh Enkidu era ciò che mi mancava e lo conobbi nel momento in cui cercavo per l’ennesima volta qualcosa che appagasse il mio vuoto.
Archeologi Lei stava per violentare una ragazza!
Gilgamesh Come siete contemporanei… Esercitavo il mio ius primae noctis. Stavo civilmente nella casa nuziale della Regina d’Amore, la prima notte delle sue nozze e non chiedevo che di giacere con lei per primo – prima del marito, intendo.
Archeologi Non riusciamo a dare un giudizio benevolo, ma capiamo la situazione, la tradizione, le cose antiche, così andava il mondo…
Gilgamesh Arrivò Enkidu, era forte, aveva le ossa grosse e venne contro di me. Stavamo là, come due tori avvinghiati ad annusare chi dei due fosse il più possente. Ce le siamo date, finché non ho rovesciato a terra Enkidu e sono rimasto a guardarlo. Era a terra, lo guardavo, era forte, ma io lo ero più di lui ed ero felice perché era quanto di più bello potessi incontrare. Fu allora che pensai di cambiare proposito: non entrai nella camera della Regina dell’Amore e decisi di non separarmi più da Enkidu. Da allora abbiamo condiviso la stessa camera, la nostra camera, i sogni e le battaglie. Enkidu non era contrapposto a me, ma era stato creato come una parte di me.
Archeologi Quindi si è innamorato del suo amico?
Gilgamesh Sono troppo antico per comprendere il senso che voi date all’amore, all’epoca di Enkidu, io vivevo Enkidu e lui viveva in me, poi tutto finì con la sua morte.
Archeologi Così ci spiazza, Gilgamesh. Pensavamo di trovare l’emblema dell’antica virilità, un abbattitore di cedri e di tori, non certo un uomo che cerca un amico.
Gilgamesh Ho sognato la morte di Enkidu ed Enkidu ha sognato la sua morte, abbiamo trascorso giornate deliranti, io a vegliare sul letto di morte del mio amico, lui a morire per un sogno di morte. Ho sognato la morte del mio amico e lui ha fatto lo stesso, entrambi sapevamo che lui non avrebbe fatto che aspettare la morte per i giorni a seguire. Lo strazio è cominciato in sogno ed Enkidu stesso soffriva per un sogno che lo riguardava ed entrambi sapevamo che si sarebbe concretizzato. Io ho sognato Enkidu che moriva ed Enkidu è morto; Enkidu ha sognato sé stesso che moriva ed Enkidu è morto.
Archeologi Sembra che sia ancora preso nel vortice della disperazione.
Gilgamesh Da millenni muore Enkidu e io muoio con lui, nonostante i miei viaggi per fuggire alla morte. Da millenni vivo con Enkidu nelle storie della gente ed Enkidu muore per me, per un sogno, per causa mia. A chi dice che Enkidu è stato creato per merito mio, dico che per causa mia è morto. Quando sono andato da Utnapistim a chiedere come diventare immortale, avrei voluto chiedere come fare a far tornare in vita il mio amico, ma sapevo che non era possibile e sapevo di essere mortale come lui. Quando incontrai la fanciulla che fa il vino, Siduri è il suo nome, quella mi disse di tornare sulla terra, unirmi a una donna e amarla. Non mi rimaneva che ascoltarla, ma ad ascoltare quelle parole era Gilgamesh, colui che aveva rifiutato la bellissima dea Ishtar e condiviso le notti con l’amico Enkidu.
Archeologi Gilgamesh, pensiamo che lei ci stia raccontando una storia d’amore.
Gilgamesh Allora dite a quella donna per il cui nascituro venite a intervistarmi: il tuo bambino sarà virile quanto sarà pieno d’amore. E l’amore ha tante forme, abbatte i cedri, uccide i tori, si fa toro, si scorna con i rivali e condivide i sogni con gli amici.
Gilgamesh tace e parte per percorrere milioni di miglia di leghe nell’oscurità.
INTERVISTA IMPOSSIBILE A MARGHERITA HACKNELLA GIORNATA DELLE DONNE NELLA SCIENZA
INTERVISTATRICE
Oggi è la giornata mondiale delle donne nella scienza, quindi, ho deciso di cercare di intervistare la più celebre astrofisica italiana, Margherita Hack, che oggi avrebbe centouno anni, ma ci ha lasciato 10 anni fa.
HACK
Vi ho lasciato, appunto, non capisco questo accanimento… Mi lasci stare per favore!
INTERVISTATRICE
Farò in un lampo, lo prometto.
HACK
Cosa ne sa lei della luce, vorrei vederla alle prese con un buco nero, ce la ficcherei dentro per ridere della sua velocità di fuga… 300’000 chilometri al secondo, a tanto va la luce e non riesce ad abbandonare i buchi neri! Si figuri lei che a tre metri al secondo si spettina! (risata acida)
INTERVISTATRICE
Vorrei solo farle qualche domanda sui buchi neri!
HACK
Ci ha provato anche Calvino negli anni Settanta e ho già risposto sui giornali, altroché le sue web interviste a persone che riposano in pace.
INTERVISTATRICE
Appunto, Calvino! Lei se l’è presa così tanto quella volta per un po’ di letteratura…
HACK
Macché letteratura, quel romanziere pensava di aver capito e niente, non aveva capito niente! Aveva piazzato il suo signor Palomar sul Corriere a straparlare di buchi neri, quando io mi facevo un mazzo così a spiegare ‘sto demonio di buco! Io, donna di scienza, come se fosse sempre stato facile sgomitare fra i tanti palomar che si incontravano…
INTERVISTATRICE
Lei diceva a Calvino che si era fatto incantare dalle immagini…
HACK
E certo! Quello ha fatto! Come fosse il primo maschio che si mette a parlare di buchi poi…
INTERVISTATRICE
Ma Professoressa!
HACK
Eh insomma diciamo le cose come stanno! Solo le “Cosmicomiche” poteva scrivere! Ma che glielo spiego a fare, a lei, che cerca di intervistare una scienziata atea morta e sepolta… Da che fantastico Aldilà sta provando a tirarmi fuori?
INTERVISTATRICE
Mi scusi, cercherò un altro modo…
HACK
Sperimenti, figliola, sperimenti! E ci riprovi, che diamine!
«Che sia un giaguaro?» mormorò la fanciulla, gettandosi prontamente dietro una macchia di legno cannone. E. Salgari, Jolanda. La figlia del corsaro nero
La narratrice inizia il monologo mentre sistema alcuni costumi di scena su un appendiabiti. Durante il monologo, la narratrice controllerà e sistemerà gli abiti, per indossarli poi ad uno ad uno scrupolosamente. In scena c’è uno specchio, che utilizzerà di tanto in tanto per vedere se la sua trasformazione in Jolanda sta avvenendo per il meglio.
Chi è Jolanda di Ventimiglia?
Jolanda è la figlia del Corsaro Nero e la moglie del pirata Henry Morgan.
In questa storia qualcuno è esistito, qualcuno no, quindi mettiamo in ordine le cose.
Il Corsaro Nero e Jolanda sono due personaggi immaginari, mentre Henry Morgan è esistito veramente ed è vissuto tra l’Inghilterra e i Caraibi, cercando di conquistare Hispaniola, saccheggiare quanto più poteva, fino ad arrivare a Panama ed espugnarla per prendere anche lì quanto possibile. La conquista di Panama avvenne il 18 gennaio 1670 e questa foga di accaparrarsi tutto quello che c’era aveva due giustificazioni. La prima, il saccheggio andava di moda: gli Spagnoli e i Portoghesi saccheggiavano a più non posso da quasi due secoli; Inglesi e Francesi erano arrivati con qualche ritardo nel Nuovo Mondo, ma anche loro si davano da fare; gli Olandesi arrivarono a fondare e a vendere agli inglesi addirittura New York (all’inizio New Amsterdam), che suona un po’ come Totò che vende la fontana di Trevi. La seconda giustificazione dei saccheggi erano i debiti. I pirati avevano un sacco di debiti: partire con una nave funzionante, mantenere un equipaggio pieno di omaccioni affamati aveva dei costi altissimi; quindi, si partiva con tante buone speranze, si accumulavano debiti con i costruttori e si cercava di saldarli alla bell’e meglio. Siamo in tempi in cui vendevano pepe e spezie o qualche cosa di esotico come la canna da zucchero, diciamo pure che i pirati in questo contesto erano persone concrete, quindi, erano più attratti da oro e argento, perché evidentemente non avevano ancora scoperto il potenziale del narcotraffico. In questo intricato Nuovo Mondo, dove si mischiano finti indiani, indios, indigeni della giungla, cannibali quanto basta, predoni e governatori europei, Salgari, veronese, mette in campo i suoi personaggi: il Corsaro Nero e la figlia Jolanda. Per amor di storia coinvolge il buon Henry Morgan, lo fa luogotenente del Corsaro Nero, gli mette in bocca un eloquio forbito con cui si rivolge tramite un casto VOI a Jolanda e naturalmente dopo un naufragio fa sposare i due, fornendo quindi il pretesto per la nascita di un’evoluzione straordinaria della donna piratessa. Ma la sua Jolanda, che supponiamo sia stata concepita in dialetto veronese, ma stampata in italiano ottocentesco, non era certo la piratessa che immaginiamo oggi. Innanzitutto, era una sorta di team coach, una che arrivava, bella come il sole ma rigorosamente vestita di nero (in quanto figlia del Corsaro Nero), si presentava sul ponte della nave “Folgore” e diceva ai filibustieri presenti cosa avrebbero dovuto fare per depredare l’ennesimo porto, nonostante l’artiglieria degli spagnoli. E quelli lo facevano! Le ubbidivano perché affascinati dal quel timbro perentorio che tanto ricordava il Corsaro Nero. Ma lei non si sporcava le mani, al massimo notava che una palla di cannone finiva a poco da lei e commentava con il suo Morgan “accipicchia, ci vogliono forse impressionare”. In secondo luogo, Jolanda – come tutte le jolande – era una crocerossina. Succede, infatti, che la bella Jolanda naufraghi in Venezuela, in mezzo a fantastici animali colorati, ohibò un giaguaro e certamente moltissimi cannibali, gli antropofagi dalla lunga barba che prendono a frecciate Morgan. Lì Jolanda riuscirà ad ammazzare qualcuno, ma sempre con una certa eleganza e sempre al primo colpo, senza far soffrire troppo il nemico. Inoltre, non colpiva degli uomini d’onore, colpiva dei terribili bestioni che si pappavano civili pirati inglesi. Il super potere di Jolanda – come tutte le jolande – è quello di consolare uomini virili anche nei momenti in cui riscontrano qualche problema con la loro mascolinità. Capita che Morgan, infatti, venga ferito e rischi di morire, ma faccia finta di nulla per dimostrare di essere un Rambo ante litteram in un Vietnam sudamericano. La povera Jolanda lo aiuta in modo che neanche si renda conto che lo aiuta, che qualche merito è suo, perché il buon esito di un’avventura rimane sempre appannaggio del maschio alfa… Un pirata, poi! Ebbene Jolanda, come tutte le jolande, sa tirarsi indietro, lavorare sodo e non raggiungere mai l’orgasmo della vittoria. Insomma, l’onorata e venerata Jolanda, alla fine della fiera, sicura di essere in salvo dal momento che Morgan contribuirà alla morte del nemico (una sorta di Don Rodrigo di Panama), sarà felice di sposare il suo pirata.
Ora, che direbbe Jolanda di una serie di piratesse che l’hanno succeduta? E che direbbe Jolanda se sapesse che uno dei costumi più cercati e venduti su Amazon (che neanche farlo apposta ha il sapore sudamericano del Rio delle Amazzoni) è proprio il costume da piratessa? Ma che direbbe Jolanda se scoprisse che il suo elegante abito nero si è evoluto in uno scollacciato vestito da piratessa steampunk che mal copre le pudenda di graziose fanciulle dei giorni nostri?
A questo punto la vestizione è terminata e la narratrice, ormai Jolanda, guarda il pubblico soddisfatta. Il tono di voce sarà imperioso ma al tempo stesso molto femminile.
Come chi sono? Chi siete voi piuttosto! Ditemi un po’, pensateci a d’uopo, chi sono io? (qualcuno, timidamente risponderà) Jolanda, ma non una Jolanda a caso, Jolanda di Ventimiglia, la figlia del Corsaro Nero. Orbene, sono qui nonostante pensassi di essere da tutt’altra parte, sia mai che io mi senta a mio agio fuor dal ponte d’una nave diretta a Maracaibo… (canticchia) Andare sì ma dove… za-zan. Ma dove, dove vorreste essere se non nella giungla? Ohibò che bestie incontrai! Fiere dantesche spuntavano da piante intricate e Henry… Caro Henry… Henry, il pirata Morgan, intendo… Che stava così male, che voi uomini potete capire… No? (sguardo ironico al pubblico femminile)… Insomma, mi dovetti difendere da sola! Ebbene, anche in quel contesto però mantenni tutta la mia piratesca dignità di donna, figlia d’arte e futura moglie corsara. Cosa che non mi riuscì altrettanto bene quando mi trovai nel vostro mondo – infatti, di quando in quando qualche lettore delle mie storie mi trascina fin qui e io ne approfitto per una visita della modernità! Ebbene fui invitata a una festa, o meglio, mi ci trovai appunto perché il mio lettore doveva essere uno di quelli che legge giusto per trovare ispirazione. Ero a una festa in maschera! Ora immaginate la mia sorpresa quando incontrai una ragazzetta con qualcosa di troppo alla vista del pubblico che pretendeva di fare il mio mestiere… (sguardo al pubblico) la piratessa, intendo! Cerco di imitare il volgare eloquio con cui la sciagurata si rivolse a me: “Ma che figata di costume hai, fra? Cosa sei, una specie di monaca antica?”. Allorché la pregai di rivolgersi a me come a una signora e quella: “Fra, calmati!” (Sguardo minaccioso di Jolanda) Fra? Cos’avrà voluto dire? Rincarò la dose, per giunta! “Signora fra’, che bel vestito! Preso su Amazon?”. Alludeva all’abito nero che indosso, con tanto di piuma infissa nei capelli e spada con cui esortai i pirati sul ponte della Folgore… (scimmiottando la ragazza) “La spada, signora fra’, lei fa sul serio!” A me diceva! A me che ho combattuto contro uomini d’ogni sorta, antropofagi compresi! E rispose: “Bello, c’è un tipo qui un po’ antrofobico che mette musica stra-creepy”. Chiesi se non l’avesse ancora ucciso, perbacco! E lei: “Calma, signora fra’, lei sembra un po’ stoned”. Stoned! Allora mi sentii di replicare: “Sentite fanciulla, il vostro abito, invece, rappresenta la tribù indios a cui appartenete?” – E lei: “Sono una piratessa steampunk!”. (Sguardo interrogativo di Jolanda) Ho pensato di dover chiedere un appuntamento a questo Mr Steampunk e fargli un discorso intorno ai costumi che aveva introdotto… Se io andassi in quei panni tra i filibustieri, sarei apostrofata a guisa di una maitresse e non oserei più far conoscere il mio nome! “E come si chiama?” e io le risposi: “Jolanda, Jolanda da Ventimiglia”. (Una breve pausa) E rise… Quella piccoletta rise. Quindi io qui sono tornata e vi chiedo: non sarò mica l’unica Jolanda al mondo che quella rise così forte? E voi, signore a cui ho raccontato questa storia, volete sapere come si è concluso il confronto con Mrs Steampunk? La piccola mi guardò, sorrise e disse: “Mitica Jolanda, sei una di noi”. Quindi, grazie a tutte le jolande che mi hanno ascoltato e un bacio ai pirati presenti in sala!
Era il viaggio di Santa Lucia numero settecento o giù di lì – l’asinello lo sapeva. La storia della sua passeggera più misteriosa, infatti, era iniziata nel tredicesimo secolo, durante un freddo inverno veronese, in cui tanti bambini erano malati e non avevano possibilità di guarire in un comodo ospedale.
L’asinello ricordava tutto di quella prima notte: i bambini insieme ai loro genitori erano andati fino alla chiesa dedicata a Santa Lucia per chiederle di stare meglio, così lei non solo li guarì, ma per quella corsa notturna a piedi scalzi – a quel tempo, infatti, raramente i bambini indossavano le scarpe – donò ai bambini ogni tipo di leccornie che tutti trovarono la mattina seguente.
Quella volta di settecento anni fa, l’asinello era stato chiamato dal signor Castaldo in piena notte, mentre dormiva dritto sulle zampe come si usa tra gli zoccolati più nerboruti e cercava di scaldarsi a contatto con la paglia al riparo nella stalla. Che voleva il signor Castaldo a quell’ora? Presto detto, era stato interpellato proprio da Lucia, la Lucia più famosa di tutte, la santa bianca come la luce che rischiara l’alba successiva alla notte più lunga dell’anno.
In quel momento, dopo più di settecento viaggi, l’asinello ancora provava un brivido quando vedeva Santa Lucia; ma quella prima notte fu così carica di emozioni che per poco il cuore non gli era esploso: era l’asinello prescelto e insieme al signor Castaldo sarebbe diventato famoso. L’asinello sorrise anche quella volta al ricordo che gli teneva compagnia, ma ammise di essere preoccupato.
Il signor Castaldo, come tutti gli anni, stava preparando il tabarro e il cappello per resistere al freddo, ma anche per non farsi riconoscere: la prima regola di tutti vip è il sacrosanto diritto di nascondere la propria identità ogni volta che si vuole far qualcosa bene e velocemente. Chi ha un’idea di quanti bambini devono ricevere i regali da Santa Lucia in una notte sola? Se il Castaldo non fosse veloce, se venisse fermato per partecipare a selfie e stories con dedica, sarebbe un vero disastro e tantissimi regali non arriverebbero a destinazione prima dell’alba!
In tutte le notti del 12 dicembre, l’unico a viaggiare a viso scoperto è proprio l’asinello perché gli esseri umani – si sa – non hanno buona memoria per la fisionomia degli animali, figuriamoci per gli asinelli che a Verona piacciono così tanto… Lasciamo stare questo lato della tradizione – l’asinello tentava di scacciare il pensiero sempre più lontano. Lui aveva un ruolo, era l’asinello di Santa Lucia, non uno qualunque per intenderci, inoltre non era un musso… Siete d’accordo? Perché si sa che a Verona, polenta e musso…
Quella notte l’asinello non era tranquillo perché il signor Castaldo non si stava preoccupando come tutti gli altri anni. Di solito era tutto un fremere, un prepararsi per quella sera fredda, un andare e venire tra la stalla e la sua casa in via della luce numero dodici nel paese di Lucia Santòpoli. “I bambini” – ripeteva sempre – “sono tantissimi, sono migliaia e vogliono tanti regali, bisogna correre, correre, asinello mio!” – e poi – “Ho sentito Lucia stamattina, ne ha ricevute altre cento, capisci? Altre cento letterine ritardatarie!” E così via fino alla mattina del dodici dicembre. In quei giorni sembrava incredibile che rimanessero ancora desideri per Babbo Natale, da tanti ne avevano i bambini che si rivolgevano a Santa Lucia. Una volta, ricordava l’asinello, un bambino che aveva ricevuto dalla mamma l’indicazione di attenersi al numero di due piccoli regali a testa, aveva contato tra le “teste” anche quelle dei suoi supereroi preferiti che collezionava in un bauletto e siccome ce n’era qualcuno che aveva persino il dono della reduplicazione, alla fine a forza di elencare due regali per ciascuno, ne aveva raggiunti almeno ventitré! Vi chiederete come mai un numero dispari… Questo perché uno di quei supereroi di plastica aveva perduto una parte dell’armatura e valeva mezzo eroe, quindi un solo regalo. Il signor Castaldo diceva che con i bambini non si sapeva mai e l’unico modo per renderli felici tutti allo stesso momento era organizzarsi in tempo, prevedendo tante eventualità bislacche.
Ma quella volta… Niente! Nessun movimento ansioso, nessuna fretta di prepararsi; solamente a un certo punto l’arrivo di una lettera raccomandata scritta da qualcuno che doveva essere adulto, visto che l’invio di una raccomandata di questi tempi prevende una certa dimestichezza e tanta pazienza in un adultissimo ufficio postale. “Un adulto, quindi…” – pensava l’asinello – “un adulto che si prende la briga di mandare una raccomandata per essere sicuro che qualcosa arrivi nelle mani del signor Castaldo e di colpo quello… Niente, basta, non si preoccupa più!”. Poteva essere una pillola per lo stress, un intruglio rilassante di qualche genere… Ma chi si prenderebbe la briga di alleviare le pene di uno che fa il castaldo da sette secoli? Sì e no pensano a lasciare un bicchiere di vino sul davanzale, ignorando il fatto che il signor Castaldo in servizio è severamente astemio! Cosa poteva essere, insomma? L’asinello un’idea cominciava ad averla.
C’entrava qualcosa con lui, ne era certo. La sua indole, la famosa testardaggine unita alla stupidità proverbiale non gli facevano una buona pubblicità. Se c’era un anello debole nella catena delle consegne di Santa Lucia, quello era proprio lui: l’asinello da tirare, da spingere, da convincere ad andare avanti mentre perde minuti e minuti di tempo prezioso ragliando. Accidenti a quelle dicerie, perché tali erano, sia chiaro. Lui era sempre stato l’opposto dell’asinello che più di qualcuno chiama “somaro” con disprezzo; lui teneva al proprio lavoro, alla propria investitura, al proprio ruolo. Considerava di aver raggiunto il massimo della carriera somara, al pari delle renne di Babbo Natale o della scopa della Befana. E chi si era mai lamentato di quelle? Pensate che Amazon Prime si impegna a consegnare gli ordini per tutti i giorni dell’anno il giorno successivo al click, mentre le famosissime renne (che sono almeno tre coppie, è da sottolineare) impiegano sì e no otto ore a fare il giro del mondo in modo ecosostenibile, ma solo una volta all’anno! E durante la pandemia? Qualcuno le ha viste? Si vocifera che siano stati assoldati i corrieri Ups per sopperire a Babbo Natale che, anziano, non voleva certo muoversi da casa. Eppure nessuno ha mai avuto da ridire delle renne! Il povero asinello, invece, svolgeva tutto il lavoro da solo e si doveva sorbire i peggiori luoghi comuni, per giunta sempre con la minaccia di finire accanto alla polenta…
Quella raccomandata – lo sapeva – lo sostituiva. Era sicuramente l’invito di qualche azienda nei confronti del signor Castaldo, per farlo diventare – per dire – il testimonial di un monopattino volante con i razzi ultrasonici. Addio asinello, addio per sempre, cara bestia da traino che non sei stata altro. Non uno sguardo di dolcezza nei tuoi confronti, quando ti sostituiremo con un mega jet modello biciclo con carrellino per i regali e ti indicheremo la via più breve per la sagra del musso.
L’asinello era affranto. Mai, in settecento anni, aveva dubitato del suo prezioso contributo nel rendere felici i bambini e mai in settecento anni si era sentito così mortificato. Ormai non ragliava nemmeno più, ormai aveva cominciano a desiderare di dormire coricato.
…Dov’eravamo rimasti? Ah, certo, l’asinello era giù di morale e non sapeva cosa contenesse la raccomandata.
Il signor Castaldo, dal canto suo, vedeva l’asinello depresso e non se ne spiegava il motivo. Pensava di fargli fare meno fatica quella volta e pensava che questo lo rendesse più allegro. Santa Lucia, infatti, sapeva che anche l’asinello quell’anno aveva mandato una letterina con un solo grande desiderio: voleva un po’ di velocità in più, se poteva averne, per arrivare a fare felici tanti più bambini, anche quelli così ritardatari che avevano perso le speranze di ricevere qualcosa il dodici dicembre e ripiegavano sul più famoso ventiquattro. Solo così sarebbe stato appagato, la sua felicità, infatti, dipendeva esclusivamente da quella dei bambini ormai da settecento anni.
Santa Lucia, perciò, aveva contattato un’azienda che costruiva i razzi per visitare la Luna e stava escogitando di mandarci in gita dei vecchi milionari. Cosa c’era di meglio, per questa azienda, di farsi conoscere rendendo più veloce l’asinello-corriere più famoso del mondo? L’azienda non solo avrebbe dovuto donare i razzi supersonici all’asinello, ma avrebbe dovuto anche promettere di fare qualche milione di regali ai bambini poveri di tutto il mondo: un milione per ogni milione speso dai ricconi turisti dei crateri lunari.
L’azienda di nome CiEloMusk, concorrente asiatica della Tesla, mandò una raccomandata al signor Castaldo per essere proprio certa che il giorno dieci dicembre sarebbe andato a ritirare quell’arnese supersonico dotato dei migliori razzi lunari, per rendere l’asinello più veloce senza sforzi per la notte più corta dell’anno.
L’asinello si stava lasciando andare, a forza di pensare che tutti aspettassero solo di avere le sue dimissioni, viveva il suo preavviso di licenziamento con lo stato d’animo di uno che aveva lavorato nella stessa azienda per settecento anni e non aveva ricevuto nemmeno una promozione.
Ma ormai era la vigilia del dodici dicembre e qualcosa si stava muovendo, perché il signor Castaldo cominciò a caricare nel carro (quell’anno più grande del solito) i pacchetti ritirati dai vari negozi: “Mai sempre lo stesso negozio” – ripeteva sempre, orgoglioso del suo metodo – “per non attirare l’attenzione”. Il signor Castaldo era furbo, ma non abbastanza da nascondere qualcosa all’asinello, che appena vide le dimensioni del carro, capì subito di non essere all’altezza del compito e gettò la spugna; ragliò tutto il suo dolore e si coricò sulla paglia come un morto non ancora stecchito. “Che la polenta mi sia di conforto” – pensò – e chiuse gli occhi.
“Asinello?” – tintinnò una voce luminosa – “Asinello mio!”. L’asinello mosse solo le orecchie, ma quel che bastava per dare a intendere di non essere affatto morto, anzi, di accogliere quelle parole con una certa impazienza. A parlare era stata proprio Santa Lucia, che non si palesava se non nei momenti più importanti e lo faceva solo con la volontà di aiutare chi le avesse rivolto una preghiera. L’asinello riconobbe la voce, poi, ancora coricato con gli occhi ben chiusi, ricordò di avere espresso un desiderio a Santa Lucia e capì che la sua preghiera era giunta a destinazione: nei pensieri della santa c’era posto anche per un asinello come lui e ne era così felice che… Balzò sulle quattro zampe in due mosse repentine e stette lì a sgranare gli occhi su quella meraviglia bianchissima e luminosa che aveva davanti.
Anche se i lineamenti del viso sotto il velo si distinguevano appena, Santa Lucia sorrise e l’asinello lo vide. In quel momento capì di essere stato uno sciocco di dubitare di lei e del brav’uomo del signor Castaldo, così, pieno di gioia, si mise lì ad aspettare il finale migliore: il suo desiderio esaudito.
Tuttavia, non aveva idea della concretezza del suo regalo, quando aveva espresso il desiderio della velocità si era aspettato un aumento dell’energia dei suoi muscoli, l’aiuto del vento magari, ma niente di più. Quando si trovò davanti a due razzi lunari supersonici, metallizzati e così lucidi da riflettere tutto lo splendore che gli stava intorno, volle subito provarli. L’arnese che gli aveva preparato la CiEloMusk era lì che aspettava di essere cavalcato. “Per una volta” – pensò l’asinello – “sarò io ad essere in groppa a un nerboruto e supersonico aggeggio da soma!”
Così, quella notte l’asinello con i razzi supersonici provvide a trasportare sia il signor Castaldo che Santa Lucia con tanto di carrettino dei regali e riuscì a raggiungere decine e decine e centinaia di bambini. “Forse migliaia e milioni!” – continuava a ragliare felice l’asinello – “Migliaia e milioni di sorrisi che mi renderanno l’asinello più fortunato della storia”.
Lo spettacolo, attraverso musica e teatro, racconta il Sessantotto e l’atmosfera musicale e letteraria di quel periodo unico.
Grazie ad alcune canzoni rappresentative, si portano in scena alcune delle tematiche che più caratterizzano il Sessantotto in Italia: le lotte per i diritti civili, il pacifismo e l’antimilitarismo, la rivolta studentesca, le rivendicazioni sindacali.
Non mancano fatti di cronaca del tempo in un’analisi critica al Sessantotto espressa, a posteriori, in epoche successive.
Locandina Jukebox 68
La musica è protagonista grazie anche al racconto della canzone stessa, soprattutto quella legata ai grandi cantautori. Musica che, in quel periodo, prende coscienza di sé e si evolve.
Domani inizia il mio corso di drammaturgia della commedia: un modo divertente per avvicinarsi al mondo del teatro raccomandato a commedianti principianti, inesperti o distratti.
Lo scopo è quello di formare un piccolo gruppo di varia umanità che sappia leggere, ridere e far ridere. Sarà importante il coinvolgimento emotivo e la predisposizione ad accettarsi senza troppa serietà.
Il testo che accompagnerà i nostri sforzi sarà Le tragedie in due battute, di Achille Campanile. Leggendo brevi sketch di comicità surreale, percorreremo alcune tappe di storia del teatro, per capire testi e sottotesti. Approfondiremo come si scrive per far ridere il pubblico con esempi pratici, giungendo all’abbandono della comoda seduta per più scomode declamazioni.
Durante la prima lezione vi saranno forniti i mezzi irriverenti necessari per ridere della tragedia greca.
“C’è Edipo?” (da Tragedie in due battute, Achille Campanile, 1925)
Quando e dove: Garda (VR), piazza Donatori di Sangue, palazzina polifunzionale, tutti i martedì dal 31/1 al 21/3, dalle 19 alle 21.