un brevissimo suspense solo – ispirato a “Night windows” di Edward Hopper

Stavo guardando, di notte, dentro quella finestra.
Ti vedevo là e se me l’avessi chiesto, sì sapevo che eri tu: ti riconoscevo tutta, scoprivo perfino il tuo odore. Se me l’avessi chiesto – è stato come se l’avessi fatto – sì, ti avrei detto che emanavi un odore forte e non era profumo, no.
Non offenderti, piccola, di non avere un profumo, mica tutti ce l’hanno, una fragranza precisa. Tu sapevi di te e io ti sapevo perfettamente, eri tu e avevi quel sapore lì.
Che importa, adesso?
Niente – ti avrei risposto, se me l’avessi chiesto ed è strano che tu non l’abbia fatto. Ma mi chiedevi sempre perché guardavo dentro quella finestra. Se ti cercavo? No, io guardavo per trovarti e ti trovavo ogni volta. Era quel conoscerti a memoria che mi permetteva di ricrearti, attraverso le particelle, il pulviscolo, quegli atomi che colpivano la vista dei primi filosofi della natura – oh, Lucrezia.
Lucrezia, ti ho odiato.
Perché, se me lo chiedessi – me lo hai chiesto, quella volta – ti odiavo perché dentro quella finestra, ogni volta, non ti vedevo mai per intero.
Sì, ti avevo negli occhi, nella testa, ti proiettavo oltre la parete scura. Ah, era bianca? E che importa, di notte, Lucrezia?
Ti vedevo sgraziata, cara e odiata Lucrezia, così piegata in avanti, un po’ goffa alla ricerca di una certa eleganza che poi avresti indossato, ma che io non avrei mai visto, perché io potevo solo trovare ciò che avevo già nella testa.
Ed è proprio là che sei sparita, se me l’avessi chiesto – e giurerei che me lo volevi chiedere, ma non hai avuto tempo di farlo – è proprio nella testa, ad un certo punto che sei sparita e di te non è rimasta che quella figura piegata, sgraziata, odiata e senza profumo.
Ciò che sapevo di te è diventato il ricordo di un odore che non profumava più.
“Quindi profumavo, prima?” – Ma stai zitta, Lucrezia, io non ti sopporto più. Che ne so e perché me l’hai chiesto, così, oh! se non me l’avessi mai chiesto.
Se tu non mi avessi più chiesto nulla, anziché farmi quell’unica, sciocca domanda, io non avrei pensato che fosse arrivato il momento di zittirti.
Ti ho fatto fuori Lucrezia, eppure, ogni volta che guardo dentro quella finestra, ti vedo.
Ah, se ti avessi chiesto cosa fossi io per te, Lucrezia, avrei smesso di guardare da quella finestra.
Un giorno mi hai detto – come se te l’avessi chiesto ed è strano che io non l’abbia fatto – mi hai detto: “Tu sei la mia ossessione!”
